venerdì 23 dicembre 2011

Racconti di Natele: Il postino in: Una lettera di troppo

Ed eccoci arrivati all'ultimo racconto natalizio di quest'anno, sono felice che le precedenti storie vi siano piaciute :) Colgo l'occasione per farvi tantissimissimi auguroni di buon Natale.
La storia che stiamo per leggere è : Il postino in: Una lettera di troppo di Anna Tasinato
se il racconto vi è piaciuto potete contattare l'autore mandando una email a : anna.tasinato@gmail.com
Buona lettura!!!
Illustrazione di  "Pique Dame"
                                         
Vicinanze di Rovaniemi, 20 dicembre ’09


Il postino abbandonò lo scooter sul ciglio innevato della strada, assicurando lo sterzo. Non che nel Circolo Polare Artico i furti fossero all’ordine del giorno, ma con i tempi che correvano era meglio essere prudenti.
Le sue mani bardate dai guanti in vera-finta pelliccia frugarono nel borsello alla ricerca delle missive da consegnare. Sotto Natale nessuno aveva pietà di lui: tutti i bambini si ostinavano a sommergerlo di lavoro, affidandogli le loro letterine dirette a Santa Claus. Si fosse almeno scelto un’abitazione facilmente accessibile, il vecchio! No, figurarsi. Dov’era altrimenti la “caratteristica atmosfera natalizia” che per contratto doveva circondare la sua casa?
Il postino avanzò lungo la stradina laterale. Quest’anno le nevicate erano state più insistenti del solito e le sue caviglie a ogni passo scomparivano dentro l’infido bianco candore nevoso. Bastò poco perché mettesse un piede in fallo e scivolasse nel fosso che costeggiava la via.
«Acc!» esclamò. «Stramaledetto fosso, lo sapevo che eri lì!»
E lo sapeva bene, visto che ogni anno il suo fondoschiena ci entrava a contatto ravvicinato. Mai che uno di quei boriosi elfi lecca-caramelle spalasse la neve, mai che qualcuno gli facilitasse il lavoro!
Si alzò, stizzito, e arrancò prestando più attenzione a dove metteva i piedi. La casa di Santa Claus era esattamente come la ricordava: piccola ma accogliente, con il tetto ricoperto di neve e il boschetto di pini selvatici a far da scenografia sullo sfondo. Quando si avvicinò alla porta, udì rumori di macchinari in funzione e note di musica pop provenienti dall’interno.
Suonò il campanello.
Alla porta si presentò una signora. O almeno credeva fosse una signora, visto che indossava un gonnellone a fiori rossi e bianchi e non portava la barba. Per il resto era uguale a Claus, baffi compresi.
«Be’?» gli disse.
Sulle prime pensò che il vecchio si fosse trasferito. Com’era possibile che una signora –o quello che era – occupasse la “tipica abitazione natalizia”? Al secondo posto piazzò la possibilità dello sfratto. Al terzo, il cambio di sesso.
«Salve» salutò il postino, aspettando un segno di riconoscimento da parte dell’interlocutrice – o interlocutore. O quello che era. Egli – o ella, o esso – corrugò la fronte, gesto che fece escludere al postino il cambio di sesso. «Devo consegnare altre lettere al vec-, intendo, a Claus.»
«Dia, dia, che ci penso io» disse l’individuo – o individua, o altro.
Il postino indugiò. Non era etico consegnare le lettere ai non-destinatari.
«Sarebbe meglio che gliele dessi di persona. Sa, sono documenti confidenziali.»
L’interlocutrice – o interlocutore. Be’, si è capito – gli concesse un ghigno sbilenco che mise in mostra denti giallognoli e gengive rosse addobbate a festa. «Ah! Simpatico» scherzò. «Su su, la posta dei bambini la posso prendere pure io.»
Bastò lo sminuimento delle missive e nel postino per un attimo si accese il lume dell’amore professionale che anni prima l’aveva portato sulle strade innevate della Lapponia.
«Sono cose importanti, queste!» sbottò. «E poi, lei chi sarebbe?»
«Non è ovvio?» Ma, siccome per il postino non era ovvio per nulla, chiarificò: «Sono la fidanzata di Santa Claus.»
«La… cosa?» domandò, nonostante avesse capito anche troppo bene.
«Non è che alla terza età certe cose non si possano fare, eh» continuò lei. «Non siamo ipocriti, che è Natale.»
Una smorfia di disgusto comparve sul volto del postino, che inavvertitamente si era lasciato trasportare dalle parole della donna. Ignorò la piega del pensiero e tornò professionale.
«Comunque, dovrei consegnarle direttamente a lui. Non è che lo può chiamare?»
«Eh, magari» sbuffò la donna. «Non ha il cellulare dietro.»
«Non è in casa?» domandò il postino.
«Macché. È sparito da tre giorni, il mio fidanzato. Ma mi dica lei, si può lasciare il cellulare sul camino, invece di assicurarlo nel portaoggetti della slitta? Si può?»
«Sparito?»


«Che è, sordo?» brontolò la donna. «Se le dico che non c’è, non c’è.»
«E dov’è?»
«Ah, bella! E che ne so io? Me l’aveva detto che il lavoro l’avrebbe assorbito in questo periodo, ma non pensavo sarebbe sparito del tutto. E i bambini, e i regali. Che palle. Speriamo che lo pensionino presto, così ci possiamo fare la mia vacanza da sogno alla Bahamas.»
Il postino voleva menzionare alla donna che il pensionamento per il vecchio non era previsto e che l’unico caldo in cui sarebbe mai riuscita a trascinarlo era il fuoco ardente di un caminetto acceso sulla cima di una montagna circondata da nevischio, ma si trattenne. Disse invece: «È sicura di essere la sua fidanzata? Siete così, così… diversi.»
La donna rise, il gonnellone a fiori oscillò pericolosamente avanti e indietro. «Gli opposti si attraggono, mai sentito?»
Non la contraddisse.
Guardò l’orologio: le lancette segnavano mezzodì e quella era la sua ultima consegna. Avrebbe potuto lasciare le lettere alla donna cannone e svignarsela al calduccio della sua casa. Scorse velocemente con le dita i profili delle lettere colorate; sembrava tutto a posto, fino a quando non incappò in una busta bianca con marchiato un “Urgente. Consegnare solo a Claus entro il ventitré” a caratteri cubitali rossi. E guarda caso era proprio il ventitré. Ahi.
«Ho bisogno di trovare il vecch-, intendo, Claus» esternò ad alta voce.
«E io ho bisogno di un avvocato. Tenere a bada quegli elfi malefici è più difficile del previsto, soprattutto quando chiedono l’aumento per i turni extra.»
«Credo che l’avvocato darebbe ragione a lor-» ma si bloccò davanti al truce cipiglio della donna. «Non è preoccupata per la sparizione del suo fidanzato?»
«Bah» borbottò lei. «Dovrei? Voglio dire, di anni ne ha, di esperienza pure. E tornerà per il venticinque, eccome se tornerà! Glielo dico io.»
Il postino si strinse nelle spalle; così funzionavano le coppie moderne, e a quanto pareva il vecchio ci era immerso dalla testa ai piedi.
«Sa per caso se qualcuno potrebbe averlo visto dopo di lei?»
«Uhm.» La donna si fermò a pensare. «Forse Snowing Pumpkin Cake. Claus ci si ferma sempre, quando può.»
«Chi?»
«Snowing Pumpkin Cake. È un povero pupazzo di neve che alloggia da novembre a febbraio tra Lyhtykuja e Joulupukintie. Se vuole andarci…»
Si trattava solo di una piccola deviazione per la strada verso casa. Perché no? Il postino salutò la donna e si avviò con le missive sottobraccio verso il luogo indicatogli. Non appena fu nei pressi dell’incrocio, notò un pupazzo di neve di medie dimensioni le cui braccia-ramo dondolavano pericolosamente, prossime all’amputazione definitiva.
«Ohibò!» gli urlò il pupazzo, ancor prima che il postino ci si avvicinasse. «Aiuto!»
Il postino abbandonò il suo mezzo di trasporto sul ciglio della strada e si avvicinò a passi corti al suo uomo, ehm, pupazzo.
«Cosa succede?» domandò il postino.
«È una catastrofe!» gridò Snowing Pumpkin Cake. «Un vero disastro!»
«Cosa?»
«Ma su, le mie braccia! Non vede che mi stanno cadendo? Sia buono, me le conficchi meglio dentro.»
Il postino ubbidì. Afferrò i rami legnosi e li saldò bene. Gli sembrava di aver fatto un buon lavoro, se non che il pupazzo gridò ancora: «Una catastrofe! Un vero disastro!»
«Che c’è adesso?» sbottò il postino. «Non li ho messi giusti?»
«Oh, quelli vanno bene» lo rimproverò Snowing. «Si tratta di Santa Claus, ovviamente!»
«Lei sa dov’è, Snowing Parking Gate?»
«Pumpkin Cake, grazie. Come quella cosa di Halloween, non come uno dei parcheggi sgangherati di Helsinki.»
«Scusi, signor Parting Shake. Ho un urgente bisogno di trovare Claus, devo consegnargli una lettera importante. Sa dov’è?»
«So solo quello che ogni fiocco di neve raggrumato e congelato in mezzo al nulla sa, ovvero che il buon Santa ha lasciato la Lapponia tre giorni fa in gran segreto, con tanto di slitta e Rudolf a carico. Alcuni abeti mormorano che sia stato ingaggiato dalla Coca-Cola per un’operazione segreta con gli orsi polari, altri che se la sia data a gambe dopo il fidanzamento, altri ancora che sia stato rapito dalla banda al servizio dei dirigenti di tutti i centri commerciali del mondo per essere studiato e analizzato. Una vera catastrofe!»
«Uhm» mormorò il postino. «Ma tornerà per Natale?»
«E chi può saperlo! Non per nulla dico che è una catastrofe.»
«E con la lettera urgente cosa ci faccio?»
«Sia saggio, se ne sbarazzi. Qui ci sono in ballo cose che nessun umano può mai immaginare.»
Bastò questo per indignare il postino. Sbarazzarsi di una consegna? Mai!
«Grazie, signor Jumping Fake, ma no. Io lo troverò.»
«Allora» esordì Snowing, «l’unico che potrebbe saperne qualcosa è il suo impresario.»
«Il vecchio ha un impresario?»
«Ma sì, ma sì» borbottò il pupazzo, «un coso, come quelli di Hollywood. Un agente.»
«Agente?»
«Lo so, sembra strano, ma anche il vecchio Santa ha bisogno di nuovi lavori, eh! Non è che con un giorno all’anno ti ci puoi ammucchiare la pensione.»
«E dove lo trovo, questo agente?»
«Nella sua sede. Si trova proprio vicino all’ufficio postale, non può sbagliarsi. Posso chiederle di sistemarmi la carota, prima di partire? Non respiro molto bene…»
Il postino seguì le indicazioni del pupazzo e si ritrovò nei pressi dell’ufficio postale, davanti a una targhetta d’ottone incisa con il nome dell’impresario-agente.
«Knecht Ruprecht» mormorò il postino, prima di suonare il campanello.
Il clic della serratura gli indicò di entrare e in un attimo fu nell’ufficio: ai lati, scaffali di metallo colmi di carte e una vetrinetta di legno contenente schedari su schedari, e al centro una scrivania, sul cui piano erano disseminati senza cognizione moduli d’iscrizione, una lampada, residui organici ingeribili, cartacce, biglietti d’auguri da compilare, una pompetta da biciclo e l’estremità della barba grigia di Knecht, intento a scarabocchiare qualcosa su di un post-it.
«Siete un attore? Un cantante? Uno showman? Un giornalista? Un leccaculo?» lo bombardò Knecht, radioso.
«Solo il postino» rispose coerentemente il postino. «Cerco Claus.»
«Perfetto» ribatté l’uomo, tornando a ignorarlo, «allora quando lo trovate ditegli che mi deve i soldi per non essersi presentato oggi allo spettacolo della terza età. E non mi interessa la scusa che la fidanzata è gelosa! Che diamine, qui bisogna pur tirare avanti la baracca, in qualche modo.»
«Quindi non sapete proprio dove sia?»
«Che diavolo, no. Ma quando tornerà saranno guai per lui! Lo metterò a ballare YMCA con gli Arzilli Vecchietti, e poi ci penserà due volte ad abbandonarmi così.»
Il postino non disse nulla e mesto girò i tacchi fino a casa.
Qualcosa gli sfuggiva, non sapeva nemmeno lui dire cosa; la fidanzata era ottimista riguardo alla sparizione del vecchio, il pupazzo pessimista, l’agente indifferente. Ma lui aveva ancora le lettere da consegnare, soprattutto quella contrassegnata come urgente!
D’altronde però non poteva nemmeno biasimare Claus se se l’era data a gambe: dopo due giorni con una fidanzata del genere chiunque sarebbe sparito, per non parlare del catastrofismo del signor Rafting Lake e del venale impresario e i suoi balletti poco consoni al vecchio Santa. Lui sarebbe sparito senza pensarci due volte.
E se invece il pupazzo avesse avuto ragione e qualcuno l’avesse rapito per vivisezionarlo? Rabbrividì al solo pensiero. Ai bambini chi ci avrebbe pensato, poi? Citò il pupazzo: una catastrofe!
Il postino abbandonò il mucchio di lettere sul mobile d’ingresso e si tuffò con poca grazia sul divano di casa sua, accendendo la televisione e gustandosi un bel film scacciapensieri. Scivolò nel sonno senza nemmeno accorgersene.
Fu un rumore a svegliarlo. Un pugno che batteva insistente sulla porta d’ingresso.
Il postino aprì gli occhi; la sveglia segnava mezzanotte, era iniziata la vigilia. Si alzò malamente dal divano e arrancò fino alla porta d’ingresso.
Era basito.
Santa Claus, l’uomo burbero e solitario che raramente si faceva vedere per le strade di Rovaniemi, era in piedi davanti a lui, sporco e malmesso. Alle sue spalle intravide la slitta, parcheggiata negli apposite strisce nevose, da cui sporgeva un pacco non meglio definito.
«Sei un giorno in anticipo» borbottò il postino, facendolo accomodare. «Cosa ti è successo? Perché sei ridotto così male?»
A quel punto avrebbe scommesso sugli esperimenti commissionati dai dirigenti dei centri commerciali, senza dubbio.
«Ah, che fatica il Natale» esclamò Claus, piombando con il sedere sul divano.
«Ma se ti è sempre piaciuto» lo contraddisse il postino. «Cosa è successo in questi giorni? Perché sei sparito? Qua erano tutti preoccupati per te.» Circa.
«Cosa mi è successo?» domandò Claus. «Cosa mi è successo? È successo un disastro, una calamità naturale, una catastrofe, un pandemonio! Ecco cos’è successo!»
Oddio, pensò il postino, la vivisezione era in compagnia degli orsi della Coca-Cola, era un esperimento transgenico multidimensionale finalizzato a qualcosa di ignoto ma sicuramente malvagio!
«E in parole semplici?»
«Mi sono fidanzato.»
«Auguri.»
«Grazie, ma non è questo il punto, che infatti è quest’altro: sono entrato in un ciclo infinito, in una tautologia irrisolvibile, in un algoritmo ricorsivo, in una contraddizione ontologica, in una denominaz-»
«Okay, okay. E in parole semplici?»
«Sono Santa Claus. E non riesco a trovare un regalo per la mia fidanzata.»
Il postino rise sguaiatamente, particolare che infastidì non poco Claus.
«E per questo sei sparito per dei giorni?» disse poi.
«Ho dovuto» si giustificò il vecchio. «Voglio dire, è possibile che io abbia ideato regali per miliardi di persone e un solo, piccolo dono mi abbia mandato in tilt? Sì, è possibile. Non mi rimaneva che fare una cosa, caro amico postino: andare su Amazon.com e cercare qualcosa nel catalogo. Avevo trovato questo quadro, un dipinto enorme e pacchiano che raffigurava un paesaggio bahamiano; non potevo perdere l’occasione, così mi sono affrettato a comprarlo con la mia carta di credito che, guarda il caso, era scaduta! Ero disperato, così in un impeto di follia ho preso la slitta e mi sono lanciato verso la sede di Amazon per trovare un accordo con i capi. Ma, arrivato, mi hanno creduto un impostore e per poco non mi hanno denunciato! Solo perché gliel’ho pagato profumatamente, mi hanno concesso di poter prendere il dipinto. Almeno ora avrò fatto felice la mia donna» raccontò. «E tu, perché mi cercavi?» 
Il postino gli consegnò le lettere, compresa quella urgente. Claus la scartò e distese il foglio prestampato davanti ai suoi occhi.
«Caro cliente, siamo lieti di annunciarle che i problemi con la sua carta di credito sono stati risolti. Riceverà l’ordine di numero 5 dipinti “Bahamas” presso il suo indirizzo di riferimento. Può disdire l’ordine entro la mezzanotte del 23 dicembre, in modo che i nostri magazzini non lo prendano in carico. Grazie, la Direzione.»
«Oh, per tutti gli Elfi Lavoratori, cinque dipinti!» esclamò Claus. «Sapevo che non dovevo cliccare in modo compulsivo quel tasto. E adesso cosa me ne faccio?»
Il postino guardò in basso, verso il pavimento. Il risolino del vecchio riempì la stanza.
«Caro postino, quella parete è vuota. Che ne dice di un bel dipinto “Bahamas” per Natale?» 




3 commenti:

  1. Grazie a questo racconto mi sono fatta due belle risate! Auguri di Buon Natale e di Buon Anno nuovo e complimenti per il blog.

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  2. Grazie per i complimenti!!!Anche a me il racconto ha fatto molto ridere :) soprattutto il finale XD

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  3. ciao!! grazie per gli ebook, mi salvo anche il tuo blog tra i preferiti così vengo a sbirciarti ogni tanto :):)
    buona serata!

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A voi la parola ;)